Trovare un equilibrio al tempo della iper-produttività

Il Coronavirus è una schifezza, non c’è che dire. E al di là dell’inflazionato e alquanto banalizzato “un problema non è un problema ma un’opportunità” che molti cercano di propinarci, c’è poco o niente di opinabile nella mia affermazione iniziale. Dall’altro lato, non possiamo negare che ciascuno di noi reagisca in maniera diversa anche di fronte a situazioni che tutti, nessuno escluso, avremmo preferito evitare.

Ci sono categorie in cui la diversità di reazione tra individui è particolarmente accentuata: una di queste è la categoria dei genitori. Alcuni di noi, infatti, stanno vivendo questo lockdown come una sorta di tortura sociale, che obbliga adulti e bambini a convivere forzatamente per un numero di ore tale da essere insostenibile per entrambi. Ci amiamo alla follia, davvero, ma ogni sano amore ha bisogno di respiro, di tanto in tanto. Altri, invece, hanno vissuto durante questa vicinanza continuativa e forzata una sorta di epifania: la riscoperta della lentezza, della condivisione e della partecipazione attiva alla crescita dei propri figli. 

Entrambi questi punti di vista ci hanno però aperto interrogativi che prima forse non ci eravamo mai posti riguardo al nostro ruolo di genitori e professionisti e alla nostra capacità di far funzionare e convivere queste due versioni di noi stessi. Si apre quindi il grande dibattito su come un genitore possa trovare un corretto equilibrio nella propria vita, su come riuscire a bilanciare le nostre energie, per far sì di uscirne vincenti ma anche e soprattutto vivi. Dibattito che, ammettiamolo, nel 2020 ha ancora fortissime implicazioni di genere, dove spesso il maschio si curerà della carriera e la femmina assumerà il controllo della progenie, lasciando al lavoro ciò che avanza. Una trappola da cui, purtroppo, sembra ancora difficile uscire.

Eppure.

Eppure la soluzione c’è e non è niente di straordinario.

Basterebbe rendere concreto ed operativo un concetto con cui manager, imprenditori, professionisti, insomma tutti noi, ci riempiamo la bocca senza dare effettivo seguito all’idea astratta. Basterebbe lavorare per obiettivi. Mi spiego meglio.

Viviamo nel tempo dell’iper-produttività, dove il valore di ciascuno è misurato sulla base di quanto può produrre. Il che, badate bene, dal mio punto di vista non è niente di che, alla fine. Lavoriamo per produrre e sulla base della produttività veniamo valutati professionalmente. Il ragionamento non fa una piega. La questione semmai si apre sulla possibilità di rallentare, per poter produrre meglio, piuttosto che di più.

Invece, il valore di riferimento per misurare la produttività delle persone è ancora oggi il tempo: un’attività è tanto più importante quanto maggiore è il tempo necessario per compierla, un manager sarà bravo in maniera proporzionale alla quantità di tempo che trascorrerà in ufficio. Inutile richiamare i miti di efficacia ed efficienza, inutile ricordare che un’idea geniale ha bisogno di un solo attimo per sorgere. Ancora oggi, misuriamo la produttività attraverso il tempo.

Pensiamo per un attimo di iniziare davvero a lavorare per obiettivi, e non tanto per dire. Innanzitutto saremmo costretti a darci e a dare obiettivi chiari e misurabili, e questo già basterebbe a migliorare esponenzialmente i risultati. Poi lavoreremmo tutti nella stessa direzione, perché una volta individuata una meta comune si fa meno fatica a convergere sullo stesso percorso. Infine, ognuno di noi sarebbe davvero valutato per quanto produce e soprattutto per la qualità del prodotto finale, ritrovando finalmente la libertà di gestire il fattore tempo secondo una logica funzionale e non secondo rigidi schemi di lavoro.

Non dico niente di nuovo se affermo che maggiore è l’autonomia concessa, maggiore sarà la responsabilità sviluppata.

D’altra parte, dovremo rivoluzionare la nostra idea di tempo anche in logica contraria: smettere cioè di dividerlo in compartimenti stagni (lavoro/famiglia) ed iniziare a trattarlo per ciò che è, materia fluida da modellare a seconda delle esigenze quotidiane. Ed ecco che come per magia, single, genitori, donne e uomini potrebbero trovarsi sullo stesso piano, indipendentemente dal bagaglio personale che c’è alle spalle. Allora sì che le capacità di problem solving che si acquisiscono naturalmente da genitori potrebbero essere funzionali alla nostra carriera e ai nostri obiettivi professionali. Allora sì che la capacità tipicamente femminile di “osservazione sensibile” della realtà potrebbe emergere come skill fondamentale per la leadership in azienda.

E allora sì che, finalmente, le competenze e le attitudini di ciascun individuo scorrerebbero fluide, proprio come il tempo, a favorire e sviluppare contaminazioni positive tra il nostro universo familiare e il nostro universo professionale.