Work-life balance o Life Work Balance? Un cambio di prospettiva

“Framing the issue of work-life balance – as if the two were dramatically opposed – practically ensures work will lose out. Who would ever choose work over life?”
– Sheryl Sandberg

Work-life balance. Tutti conosciamo questa formuletta usata (spesso abusata) per parlare del delicato tema dell’equilibrio che dovrebbe esistere tra il lavoro e la vita privata di una persona. Da un quasi totale disinteresse sul tema, siamo passati negli ultimi 10 anni ad un’attenzione sempre crescente: le aziende, gli imprenditori, i manager hanno capito che era necessario prendersi cura delle persone oltre che dei loro risultati. Piano piano dunque le aziende hanno iniziato a costruire sistemi di welfare aziendale, ovvero di benessere dei dipendenti nelle proprie ore di lavoro, che andassero al di là della mera questione retributiva. Ecco dunque crescere la pratica dello smart-working, degli open space che favoriscono la condivisione, di aree relax all’interno degli uffici e molto altro.

Ma se è vero che questi sistemi passano attraverso una maggiore cura della salute e della felicita delle persone, è anche vero che l’obiettivo rimane comunque legato al business: aumentare la produttività e soprattutto attrarre talenti, che tenderanno a preferire quelle aziende che offrono un certo benessere lavorativo. Il focus rimane su work, insomma, che continua ad essere davanti a life.

Spesso, inoltre, ci rediamo conto che questi ammirevoli sforzi da parte dell’azienda nel migliorare il welfare aziendale non portano ai risultati sperati: c’e un basso utilizzo dello smart working, ad esempio, oppure le persone si lamentano degli open space per il troppo rumore o gli spazi relax sono pressoché deserti, per la paura di far brutta figura col capo o co in colleghi.

Ed eccoci al secondo problema: lavorare bene e godersi la vita sono due azioni in totale contrasto nella testa di molti. “Se utilizzo lo smart working penseranno che sto a casa a non far niente”; “Se esco presto dall’ufficio, penseranno che sono un lavativo”. O ancora: “Se nell’open space mi capita di uscire per rispondere ad una telefonata, qualcuno dirà che esco a farmi i fatti miei. Figuriamoci se posso mettermi a fare una partita di calcio-balilla nell’area relax!”

E non raramente capita che questa lettura della realtà rispecchi effettivamente il pensiero di alcuni colleghi o di alcuni vertici aziendali.

Lo stesso meccanismo avviene in maniera inversa: “una volta uscito dall’ufficio non voglio saperne più niente”. “Ora devo occuparmi delle mie cose”. Insomma, è assolutamente vietato portarsi a casa il lavoro.

È evidente come, in una simile atmosfera, risulti difficile far funzionare sistemi innovativi di welfare come lo smart working, gli open space o le aree relax.

Work e life, insomma, sono in costante guerra tra loro e tutte le nostre energie sono dedicate a non far soccombere l’uno o l’altro.

Infine, non posso fare a meno di notare che tra le due parole work e life c’è un trattino: work-trattino-life.

Quasi a voler sottolineare graficamente la contrapposizione tra i due concetti. Quasi come a voler separare le due aree di interesse: la vita inizia dove finisce il lavoro e viceversa.

Io credo fermamente che, se vogliamo arrivare a costruire un sistema che funzioni davvero, sia necessario un cambio di prospettiva concettuale e operativo.

Prima di tutto dobbiamo modificare il soggetto protagonista della faccenda: non più l’azienda ma l’individuo. Dobbiamo essere noi stessi i primi ad interessarci del nostro equilibrio vita lavoro, e le aziende devono affiancare ai provvedimenti assolutamente positivi già citati  un percorso di presa di consapevolezza e di responsabilità della singola persona, cosi da stimolarla a lavorare nella direzione di un corretto equilibrio.

Dobbiamo iniziare dall’elemento life, insomma, per migliorare l’elemento work.

In secondo luogo, è necessario abbattere il pregiudizio che vede la vita ed il lavoro in perenne guerra tra loro. Nel marketing si parla spesso della cosiddetta formula win-win, ovvero una condizione nella quale entrambi gli attori coinvolti escono vincitori. Ecco, la formula win-win è l’unica direzione da prendere quando si ricerca un corretto equilibrio vita lavoro. I due mondi sono inevitabilmente connessi tra di loro da una rapporto direttamente proporzionale: maggiore è il mio livello di soddisfazione personale, maggiore sarà il mio livello di soddisfazione professionale; e la formula, naturalmente, funziona anche invertendo i due termini.

Non solo: più sarò in gradi di contaminare la mia vita personale con le mie competenze professionali e viceversa, maggiori saranno la mia efficacia e la mia efficienza in entrambi i campi d’azione. In sostanza, diventerò migliore sia come individuo che come professionista.

Dobbiamo, dunque, eliminare il trattino tra le parole life e work.

Ecco dunque che work-life balance diventa life work balance: un approccio che parte dall’individuo e, attraverso una sinergia armonica tra vita e lavoro, lo porta al suo massimo livello di efficacia e felicità.

Perché come scrisse Octavio Paz: “L’Universo è un sistema bipartito di ritmi, altalenanti e complementari”.