La Ridere fa bene all'anima
(ma anche alla vita professionale)

Come diceva un grande Gigi Proietti, che ci ha lasciato proprio pochi giorni fa, “Potrei esserti amico in un minuto, ma se nun sai ride mi allontano. Chi non sa ridere mi insospettisce”.

Non è una novità il fatto che la capacità di ridere sia da sempre una dote positiva, che ci aiuta nel nostro equilibrio, nelle nostre relazioni personali. Quello che vorrei discutere in questo articolo è la possibilità di sfruttare la risata per la propria crescita professionale, utilizzandola come strumento per superare ostacoli e raggiungere obiettivi nel proprio lavoro.

Come si legge in un articolo dell’ Harvard Business Review, a sua volta supportato da studi svolti da Wharton, MIT, and London Business School “una risata, soprattutto se buffa o rumorosa, porta con sé una serie di vantaggi aziendali. Essa allevia lo stress e la noia, aumenta il coinvolgimento e il benessere e stimola non solo la creatività e la collaborazione, ma anche la precisione e la produttività analitiche.

Ma come approcciarsi in maniera corretta e strategica alla risata nel contesto lavorativo? Come renderla funzionale ai propri obiettivi, alle relazioni già complesse senza far crollare gli equilibri (spesso fragili) faticosamente conquistati?

Molti potrebbero dire che il problema sta nella soggettività dell’umorismo: ciò che fa ridere me, ad esempio, potrebbe offendere o lasciare interdetto qualcun altro. Questa tesi pare però smentita da alcuni studi sull’argomento. Gli autori di due libri recenti – The Humor Code: A Global Search for What Makes Things Funny e Inside Jokes: Using Humor to Reverse-Engineer the Mind – ritengono che esista una formula per costruire un umorismo che sia potenzialmente adatto ed apprezzabile dalla maggior parte delle persone. 

 

Condivido molto questa tesi, e ritengo che il problem solving, come spesso accade, possa venire in nostro aiuto nella costruzione di questo “umorismo funzionale”. Come?

Innanzitutto, è importante osservarsi e conoscere bene questo aspetto di noi stessi. Ridiamo spesso a lavoro? Su cosa? Quando gli altri fanno una battuta su di noi come reagiamo? Come ci fa sentire questa situazione? Quando scherziamo a proposito di qualche collega, come impostiamo lo scherzo? Siamo in grado di scherzare anche con il nostro capo? Osservare i propri comportamenti ci mette sempre in una posizione di netto vantaggio nella sperimentazione di nuovi approcci, rendendoci capaci di modificarne alcune sfumature.

Il mio suggerimento, poi, è di focalizzarsi ed attuare due approcci diversi e complementari all’umorismo nel nostro contesto lavorativo:

  1. Ridere di se stessi: la capacità di ridere dei propri difetti o caratteristiche neutralizza ogni accenno di ‘mobbing’ o di atteggiamenti goliardici decisamente poco eleganti. Il modo migliore per ridere di se stessi, senza diventare vittima di uno scherzo poco gradito, consiste nell’anticipare la potenziale presa in giro (e non assecondarla), stando molto attenti ad “alleggerirne” il contenuto. Facciamo un esempio apparentemente semplice ma efficace: immaginiamo di essere qualcuno che generalmente si veste in modo vistoso, colorato, insolito. Probabilmente saremmo a conoscenza del fatto che talvolta questa nostra caratteristica ci rende oggetto di commenti e qualche risata. Ecco dunque che una mattina entriamo in ufficio indossando un abito particolarmente colorato e originale. Alla prima occasione conviviale (la classica macchina del caffè , ad esempio) ci lasciamo scappare, con tono ironico: “stamani ero partito con l’intenzione di vestirmi sobrio, ma poi ho pensato: c’è bisogno di qualcuno che porti un po’ di colore e di buonumore in ufficio, e allora ho optato per questo meraviglioso motivo floreale! Dite la verità: ma quanto buonumore vi porto? Dovreste ringraziarmi!” Questo approccio che definirei “preventivo” all’autoironia ci permette di riuscire a ridere di se stessi senza entrare in un ruolo di “vittime”, evitando di dare campo a un approccio poco rispettoso da parte di altri, oltre a farci scoprire il piacere di modellare la percezione delle proprie caratteristiche e renderle apprezzabili dagli altri.
  1. Ridere con agli altri (e mai degli altri): Scherzare sui difetti degli altri con un approccio complice e mai giudicante aiuta ad alleggerire l’atmosfera e creare una condizione di benessere tale per cui ogni discussione, più o meno delicata che sia, diventa pienamente gestibile grazie a relazioni che favoriscono la ricerca di un accordo. Anche in questo caso, ricorriamo ad un esempio semplice ma chiaro: immaginiamo che il nostro capo o un nostro collega sia straniero e faccia talvolta alcuni errori di lingua oppure che abbia una strana pronuncia. Lui lo sa, e probabilmente è anche consapevole del fatto che i colleghi commentino alcuni dei suoi errori più ricorrenti. Piuttosto che far finta di niente di fronte a lui, rendendosi quindi complici, ai suoi occhi, di un silenzio poco credibile, risulta molto più  strategico sottolineare scherzosamente un suo errore o difetto di pronuncia, facendolo seguire da un altrettanto scherzoso complimento, come ad esempio: “Qui c’è poco da ridere: un accento cosi raddoppia lo charme, ha un che di esotico e irresistible!”. Questo atteggiamento contribuirà a migliorare il rapporto e a conquistare anche la giusta confidenza per correggere discretamente il propio capo o collega in alcuni errori, cosa di cui egli ci sarà sicuramente grato.

Come tutte le capacità, anche questa non è una dote innata, ma è qualcosa che si impara con l’esperienza (da piccoli) e con lo studio (da grandi). E come tutte le capacità va allenata, migliorata e raffinata, per poterla utilizzare in maniera strategica e funzionale alle nostre relazioni professionali e personali.

L’importante è non sottovalutarne la potenza, perché , come disse Andrew Carnegie: “C’è davvero poco successo là dove mancano le risate”.